Spazio Sintesi // Mostra "Il Mantello" di Gianfranco Nonne

Spazio Sintesi // Mostra "Il Mantello" di Gianfranco Nonne

Punto Sintesi // Piazza San Giovanni, 13

Dal mercoledì 16 settembre 2020 al martedì 22 settembre 2020

SPAZIO SINTESI - (tempo stimato visita 0.30h)
Il Mantello // Mostra delle sculture di Gianfranco Nonne
Orari: 10:30 - 13:00 / 17:00 - 20:30
16 > 22  Settembre 2020

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Come l’immane gorgone dal liquido oscuro della cisterna di Istanbul, affiora enorme la protome deleddiana dal
massiccio, prismatico inconscio collettivo di tutto un popolo. Dimidiate le fattezze del volto, negata la bocca, gli
occhi chiusi – come piaceva a Dalì farsi fotografare – lo sguardo è solo interiore.
Muto e assoluto, immerso nel mistero immenso di quel cranio avviluppato dalla cortina organica di una capigliatura che copre, avvolge e insieme protegge, in un abbraccio pulsante, quell’incommensurabile laboratorio dell’immaginario.
Con monumentale eppure asciutta e sardesca solennità si manifesta dunque questo surrealista omaggio a Grazia nostra, nata Deledda in quel della rocciosa Nuoro nell’anno del Signore 1871. Quando Sigismund Schlomo Freud era ancora solo uno sveglio ginnasiale viennese e André Breton – patriarca del Surrealismo – doveva attendere ancora cinque lustri per venire al mondo.

Eppure dentro il volume grandioso di quella testa i tre personaggi s’incontrano, grazie ad un autore: Gianfranco Nonne.
Barbaricino di nascita e vichingo d'adozione, salace e capace manipolatore di plastici onirismi nonché chiarissimo adepto della gilda affollata e gagliarda dei surrealisti.
In cima ad una felicissima serie di sculture, che  potrebbero bene guarnire una bella edizione delle opere di Freud, ecco apparire la più surreale di tutte: questo moderno omphalos delle tribù dei Sardi, pronto per il tempio di Delo nel villaggio globale.
Al miope saccente, che volesse obiettare in merito alla classificazione di quest’opera mirabile entro la regola del Surrealismo di Breton, magari additando pedante l’assenza esplicita vuoi di qualsiasi elemento onirico, vuoi di incongrui accostamenti, ebbene a costui mi limiterei a ricordare che il prefisso surr- indica intensificazione massima del concetto cui si appoggia, non superamento.
Come in surriscaldamento o surgelato, per surreale s’intende pertanto un reale super-percepito, tale da trasportare autore e fruitore oltre le maglie della coscienza, sino alle radici stesse – irrazionali – della realtà, affondate nei territori dell’inconscio freudiano e della moltitudine dei suoi simboli. 

E basta leggere con il dovuto trasporto solo le prime pagine di Canne al Vento, per capire come anche la citata, somma nostra Grazia abbia saputo portare – con suoi «vampiri con la coda d’acciaio» – un mirabile contributo all’estetica bretoniana e di rimando alle teorie di quel dotato viennese. Supremo surrealismo dunque, d’altissimo livello, quintessenziale e minimalista sino ad essere poeticamente laconico come un drastico canto a tenores, questo esclamato, polisemico e godutamente
ipertrofico manufatto di Gianfranco Nonne.
Grazia non dorme, non parla: crea. Un universo incommensurabile, lievita e cresce dentro i circuiti elettrici e
misteriosi delle sue volute cerebrali. Motilità possente che riverbera le sue onde nella marea appena increspata di quella coltre di capelli che si allarga, si spande lenta sul cranio fatale sino a rinserrare, avvitata a crocchia come una galassia nana, quel fluire di lava, usbergo molle a difesa del prezioso scrigno segreto: l’officina delle parole e del cuore della prima e insuperata scrittrice
di Sardegna.

Una chioma insomma come un mantello, realissima ovvero surreale. E proprio come dal mitico cappotto del grandissimo Gogol si vuole fuoriesca tutta la letteratura russa, così da quel morbido manto chiomato è scaturita sino ad oggi tutta la miglior linfa
letteraria dell’isola dei Sardi.

Giorgio Pellegrini